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ANCORA SULLA DELIMITAZIONE
DI "TERRITORIO MONTANO"

La Rivista "monti e Boschi" ha recentemente pubblicato un articolo del prof. Cesare Pilla sulla delimitazione di territorio montano, argomento sul quale molto si è discusso su questa rubrica.

Siamo certi di far cosa gradita ai nostri lettori riportando l'interessante scritto del prof. Pilla così come è stato pubblicato dalla apprezzatissima Rivista consorella.

L'undicesimo convegno degli ingegneri italiani, tenuto a Milano nel mese di novembre, ha avuto come tema dei lavori la "Montagna".

E' un altro ancora dei sintomi che indicano come l'interesse per i problemi della montagna stiano allargando i confini, fino a poco tempo fa ristretti ad una esigua schiera di iniziati, entrando nel processo tecnico ed economico di tutto il nostro Paese.

Di ciò questa rivista ha motivo di legittimo compiacimento. Sono passati molti anni (molti, s'intende, avendo come unità di misura il metro delle vicende personali) da quando dicemmo essere ormai giunto il momento di rivolgere alla montagna ed alla sua gente un interessamento più concreto di quello estetico e sentimentale.

Importanti passi si sono compiuti, e oggi i problemi della montagna sono fra i più dibattuti ed i montanari si stanno inserendo, come parte attiva, nella vita politica, facendo sentire la importanza del loro numero e della loro operosità.

All'impegno preso con l'ultimo capoverso dell'articolo 44 della Costituzione della Repubblica, hanno fatto seguito la legge fondamentale del luglio 1952, n. 991 in favore dei territori montani ed altri provvedimenti determinati da situazioni particolari; ormai un notevole corpo di leggi, più o meno esplicitamente dedite alla montagna, è quindi a disposizione degli interessati di buona volontà.

Fu già osservato però che nonostante la evidente convergenza delle finalità, non si può non vedere in questi provvedimenti una mancanza di organicità anche formale, come fossero episodi staccati anzichè una catena articolabile, ma pur tuttavia solidale.

Se si pone mente, ad esempio, alla legge sui bacini imbriferi montani (27 dicembre 1953 n. 959) che fra l'altro istituisce un sovraccanone sulla potenza installata di certi impianti idroelettrici a beneficio dei territori compresi nel bacino imbrifero montano, come pure ai provvedimenti legislativi straordinari per la Calabria (26 novembre 1955 n. 1177) e si pongono a confronto con la predetta legge 991, è facile avere la conferma della mancanza di collegamento, proprio dalla diversa impostazione data alla materia dai vari Ministeri che hanno di volta in volta elaborato i provvedimenti.

Sotto questo riguardo uno degli aspetti che più sconcerta gli interessati è la diversa identificazione del territorio in cui sono applicabili le singole leggi e, in varie occasioni, se ne è richiesta da più parti la unificazione.

Così, relativamente alle leggi dianzi citate, si osserva che il campo d'applicazione dei provvedimenti a favore dei territori montani è costituito, come è noto, dai Comuni censuari situati almeno per l'80% del territorio al disopra dei 600 metri d'altitudine e da quelli nei quali il dislivello fra le quote superiori ed inferiori del territorio comunale non è minore di 600 metri, sempre che il reddito imponibile medio per ettaro non superi le lire 4.400, ed ancora da altri Comuni o porzioni di Comuni il cui territorio presenti condizioni elencate, ecc.

Con la legge sui bacini imbriferi montani, invece, benchè posteriore alla precedente, si delega il Ministero dei LL.PP. di precisare quali sono i bacini imbriferi montani, ed il Ministero, confortato dal parere del Consiglio Superiore dei LL.PP., adotta criteri unicamente altimetrici stabilendo il li- mite inferiore della parte del bacino imbrifero da considerare montana alla quota di 300 oppure di 500 metri di altitudine secondo la regione.

Infine la legge che reca provvedimenti straordinari a favore della Calabria stabilisce a quota 300 il limite inferiore del territorio che viene considerato comprensorio di bonifica montana indipendentemente dalla giurisdizione.

Ma se prendiamo in esame anche altre disposizioni fondamentali del nostro ordinamento legislativo e amministrativo, come la ripartizione del territorio nazionale nelle Regioni agrarie di pianura, collina e montagna, ritroviamo ancora per base la giurisdizione comunale, però con diversi criteri (quota di altitudine prevalente del territorio comunale, ecc.); e poichè questa ripartizione forma l'intelaiatura dei Servizi Statistici Agrari Nazionali, dati e notizie sulla situazione dell'agricoltura del nostro Paese fanno capo ad essa, cosicchè i riferimenti alle altre ripartizioni territoriali richiedono trasposizioni non di poco conto, se pur sempre possibili con esattezza.

Non si può quindi disconoscere che in siffatta materia la diversità dei criteri adottati dia luogo a una certa confusione, che in definitiva si traduce in minor esattezza e maggior costo degli elaborati ed in vari altri inconvenienti, ancor più gravi, d'ordine equitativo.

I Comuni classificati montani agli effetti della legge 991, al 31 dicembre 1955 erano n. 3304, mentre secondo la legge 959 sui bacini imbriferi montani risultavano ben n. 3589. Maggiori sono poi le disparità se si confrontano per Regione i dati della Statistica Agraria con i precedenti; ad esempio in Toscana i Comuni montani sono, secondo il Catasto agrario, n. 72, mentre ben 98 lo sono agli effetti della citata legge 991.

Però se si esamina un po' a fondo il criterio che di volta in volta è stato adottato, ci si rende conto che una sua ragione di essere obiettivamente c'è; e si può riassumerla nella difficoltà, per non dire impossibilità di trovare una ragionevole corrispondenza fra le situazioni concrete considerate dai singoli provvedimenti e il quadro schematizzato di montagna che scaturisce dal criterio fondamentale adottato nella legge 991, ed anche nella indeterminatezza del concetto di montagna.

Sembra molto chiaro a prima vista cosa s'intenda significare con la parola montagna; ma quando dobbiamo indicarne con precisione i requisiti spaziali e formali, sorgono difficoltà insospettabili, a tutt'oggi non ancora superate in modo soddisfacente.

In senso geofisico infatti viene generalmente assunto il concetto di montagna da considerazioni sulla forma, altitudine e genesi del territorio definendola "rilievi della superficie terrestre che raggiungono una altezza considerevole", ma la distinzione fra questi e quelli di più modesta elevazione (colline, colli poggi) non è affatto precisa.

Si specifica inoltre che "le montagne, eccezione fatta per i vulcani, si trovano di solito ordinate in catene o associate in massicci e, per l'origine, sono collegate a processi tettonici (pieghe,faglie,ecc.); ovvero possono essere intagliate da processi esogeni su una superficie originariamente pianeggiante, ma anche in questo caso è necessario sempre che intervenga un sollevamento il quale porti tale superficie a notevole altezza e dia vita ai processi erosivi".

Non è chi non veda come siffatte considerazioni di ordine esclusivamente geofisico (prescindendo dalla loro precisione anche in questo specifico campo), non possano da sole risolvere il nostro caso.

Ma nemmeno entrando in un campo più strettamente attinente alla agricoltura si trovano punti di appoggio veramente consistenti.

Alberto Oliva nel suo libro sulle "Sistemazioni dei terreni" dopo aver discusso varie definizioni indica, in via convenzionale e provvisoria, la montagna italiana come "rilievo strutturale originato da movimenti orogenetici prevalentemente antichi da non potersi qualificare colline e che di regola non ammette la coltura della vite", e spiega questa definizione geologica-agronomica, osservando che il criterio dell'altitudine non risolve la questione e del resto i limiti altimetrici proposti dai più autorevoli autori sono molto diversi (Giovanni Marinelli dice che se si dovesse adottare una cifra costante questa sarebbe da riferire ai più alti edifici; Porena propone l'isoipsa 200; Dupaigne m. 190 sulla pianura circostante; Ritter quota 650; Wagner quota 500, ecc) e che la genesi geologica non presenta definitivi caratteri differenziali e così pure i fattori orogenetici.

Ma l'Oliva stesso però finisce per non essere soddisfatto della definizione, per quanto poi, in mancanza di meglio, ne faccia la base schematica del suo trattato.

Nè maggiori lumi vengono dalla antecedente nostra legislazione in materia similare: nella legge sui boschi e terreni montani (1923) e relativo regolamento, sembra che il significato di bacino montano sia dato come incontrovertibile, tanto che non si accenna nemmeno di spiegarlo; oppure, realistica- mente, lo si considera questione empirica da risolversi di volta in volta.

Anche il criterio adottato nella Statistica Agraria è soluzione scientemente provvisoria e di ripiego come si rileva nella introduzione al volume delle Tavole Statistiche, laddove si parla di zone e di regioni agrarie e si dice che in sostanza quello che occorre è sapere con precisione che cosa si vuole significare con le parole "pianura", "collina" e "montagna".

In questa interessante, se non esauriente disquisizione, si esclude che il criterio altimetrico a sè stante sia sufficiente per indicare "in modo fisso ed univoco il concetto di montagna"; anche l'elemento morfologico, l'esposizione, il clima, presi separatamente non sono sufficienti. Si viene perciò alla conclusione che il più evidente e certo indice sintetico sarebbe offerto dalla vegetazione, essendo che "l'elemento fito-geografico, ecologico (e di conseguenza agrologico) assomma, misura e rileva le concomitanze e le interdipendenze di tutti gli elementi ambientali sopra accennati, nei loro molteplici e definitivi aspetti".

Ma nonostante queste ed altre considerazioni, si è finito poi per adottare il criterio altimetrico comunale che ben conosciamo.

Quando sopra può aiutare a mettere nella luce giusta la situazione; perciò quando reclama (e giustamente) l'unificazione dei criteri per la delimitazione dei territori da considerare montani agli effetti delle varie leggi che riguardano questa regione geografica e la sua popolazione, occorre tener presente che si debba, sì, unificare, ma su elementi concettualmente e praticamente rispondenti a quella realtà fisica ed economica estremamente varie che è la nostra montagna.

Nè vale eccepire che trattandosi di questione in sostanza convenzionale, l'una decisione vale l'altra: è ben vero che praticamente la linea di delimitazione non potrà risultare che da un compromesso fra criteri concettuali e possibilità concrete di applicarli; ma non perciò sembra lecito rinunciare prioristicamente a tener conto dei più importanti elementi naturali e colturali che vi interferiscono anche se per la loro valutazione si debba ricorrere ad elaborazioni non semplici; tanto più poi quando, come nel caso nostro, la delimitazione mette in essere provvedimenti legislativi di favore che evidentemente non sarebbe nè giusto, nè opportuno distribuire a caso, se non addirittura arbitrariamente.

Se è conveniente sempre, e specialmente in materia legislativa, semplificare le cose, quando si è voluto contro la complessità delle cose stesse adottare criteri troppo semplicistici per evitare spese e far presto, i risultati non hanno corrisposto alle intenzioni e si è andati incontro a gravi insuccessi.

Esempi sono ben noti anche recenti; ma non sembra inopportuno ricordare uno almeno dei più clamorosi.

Quando si trattò di unificare la legislazione sui boschi e terre di montagna, dopo la Unità italiana, ci si trovò di fronte alle leggi in vigore, inevitabilmente diverse non soltanto perchè scaturite da con- dizioni fisiche e umane molto differenti, ma anche per il diverso grado di evoluzione della politica fo- restale nei vari Stati.

Non è qui da esporre nemmeno in breve quello che le leggi preunitarie contenevano (chi desiderasse saperlo può trovare in "Storia del diritto forestale in Italia" di R. Trifone una trattazione esaurente ed ampia bibliografia): qui si vuole soltanto annotare che nonostante anni di studi, lunghe discussioni e vari progetti di legge presentati, caddero senza che i Rappresentanti della Nazione nemmeno se ne accorgessero (così dice il Trifone) tutti i principii consacrati da quel lavoro e la Giunta dei Deputati incaricata dalla compilazione di un nuovo progetto di legge, "impressionata dalle molteplici difficoltà per l'attuazione dei sistemi proposti", ripiegò sulla zona di vegetazione del castagno come limite dei boschi, ecc.

In tal modo, si disse, l'Amministrazione veniva esonerata "da riscontrare di luogo in luogo, e quasi passo a passo, quelle condizioni particolari di fatto che sole giustificavano altro e l'applicazione della legge forestale".

Con siffatto modo di impostare i problemi d'interesse nazionale, attraverso aggiustamenti e concessioni più o meno sostanziali, si varò la legge del 20 giugno 1877.

Naturalmente non passarono che pochi anni e già da più parti se ne reclamava la riforma; ma intanto quel che accade, e per molti decenni, del patrimonio forestale e del suolo ben sappiamo e ne abbiamo tuttora sotto gli occhi non facilmente riparabili testimonianze.

Si badi bene che qui stiamo considerando semplicemente i criteri di delimitazione del territorio allo scopo di richiamare l'attestazione sull'errore e danno che deriverebbe da una unificazione pura- mente formale, che non tenesse conto cioè delle condizioni complesse del territorio montano e non cercasse di adeguarvisi nei limiti del ragionevole.

Il criterio base per l'individuazione del territorio da considerare montagna, non può essere che geofisico: anche ai fini economico-sociali, che naturalmente prevalgono nella impostazione delle leggi, i caratteri geofisici sono decisivi nel dare luogo a quelle più difficili condizioni di vita e di lavoro che si ripercuotono particolarmente nell'esercizio dell'agricoltura, intesa nelle sue varie forme di più o meno spinta colturalità (campi, prati, boschi).

Sotto questo punto di vista, nel nostro Paese, si possono considerare di maggior peso l'altimetria e la clivometria: infatti l'altitudine, a parità d'altro, esercita un'influenza notevole sul clima e quindi sulla durata del ciclo vegetativo e del periodo dei lavori dell'annata, sul processo di reintegrazione della fertilità, ecc. mentre l'inclinazione del terreno agisce sulla difficoltà degli spostamenti delle cose ed animali e quindi di qualsiasi lavoro, sulla stessa pedogenesi il cui sviluppo nelle giaciture fortemente acclivi è quasi sempre perturbato ed anche troncato da dislocazioni ed erosioni del suolo.

Insomma altitudine e pendenza, oltre certe misure, creano condizioni tali da richiedere interventi di fondo costosi per la conservazione statica e agronomica del terreno e per la regimazione delle acque fino al punto da rendere l'esercizio dell'agricoltura, nelle sue forme più attive, economicamente proibitivo se pur possibile in linea strettamente tecnica.

Questa situazione di svantaggio, sarebbe riducibile, è però ineliminabile quand'anche, per astrazione, si possa pensare di creare in montagna un'attrezzatura di pubblici servigi funzionalmente equi- valenti a quella delle altre regioni; perciò in montagna i problemi fondamentali della produzione si pongono in un piano di difficoltà permanente a differenza di quelli di altre "zone depresse" nelle quali si può ritenere possibile di svolgere un'appropriata attività produttiva in condizioni di concorrenzionalità, una volta rimosse certe situazioni di arretratezza sociale e tecnica.

Ritornanado all'altimetria, è da tener presente che questa si ripercuote sull'esercizio dell'agricoltura in modo e misura molto varie secondo le altre condizioni geoclimatiche e particolarmente latitudine, continentalità, esposizione, insolazione, regime delle precipitazioni, ecc.

Perciò quella che agli effetti del nostro argomento si potrebbe chiamare la quota altimetrica critica (altitudine che in via convenzionale, ma non arbitraria, può essere assunta come limite inferiore del territorio montano) non sarà certamente unica anche in un Paese come il nostro di non rilevante estensione, in cui però la disposizione geografica in senso meridiano e l'accidentata morfologia danno origine a condizioni ambientali estremamente varie.

Anche per la pendenza non è possibile assumere un limite critico fisso: la costituzione litologica, lo stato di aggregazione dei materiali, il grado di permeabilità e di ritenuta idrica del terreno, l'intensità e ritmo delle precipitazioni, ecc., comprendendosi o differenziandosi, influiscono, con la pendenza, in vari modi, sulla coltivabilità del suolo, così da togliere ogni valore pratico a dati generici. E' poi da considerare che più della pendenza media sono le variazioni brusche e frequenti che creano una morfologia accidentata difficile da ridurre a campi e da regolare idricamente, onde la regimazione delle acque e la sistemazione del suolo pongono problemi caso per caso, ma sempre onerosi, quand'anche di possibile soluzione.

Dunque il riconoscimento della montanità di un territorio sotto il punto di vista di cui ci occupiamo, non può ricondursi ad uno schema generale da valere per tutto il Paese, ma deve fare riferimento a condizioni ambientali di una certa omogeneità che praticamente si riscontrano da noi sol- tanto su estensioni relativamente limitate, come bacini imbriferi secondari o terziari dei quali la parte montana si può individuare obiettivamente tenendo conto delle condizioni indicate.

Si ritorna così, anche in questo campo, al bacino imbrifero come unità elementare territoriale di un territorio fondamentalmente di una certa omogeneità geofisica, la chiusura del perimetro della parte da considerare montana dovrà concludersi a valle con una linea convenzionale e spesso di compromesso fra le varie condizioni da tener presenti.

Tale linea non potrà certo essere perentoriamente stabilita nella legge, ma indicata caso per caso: nè d'altra parte corrisponderà necessariamente ad una isoipsa, se pur in linea pratica spesso vi corrisponderà e presumibilmente varierà grossolanamente intorno ai 300-600 metri sul livello del mare.

Per quanto riguarda le condizioni economiche e sociali, che sono politicamente il movente dei provvedimenti in favore della montagna, è evidente che anche così circoscritto non tutto il comprensorio montano sarà uniforme.

Ciascun appezzamento si troverà dal punto di vista produttivo sotto l'influenza combinata e spesso contrastante della pendenza, esposizione, ecc. insomma in condizioni molto differenti dagli altri: basti pensare, ad esempio, ai coltivi del fondo di certe vallate (situati anche a notevole altitudine), su terreni freschi, profondi, pianeggianti e quindi relativamente ricchi, e all'opposto, ad altri su pendici ventose, terreno superficiale con scheletro grossolano, idrologicamente e statisticamente di difficile sistemazione e in ogni caso di infima attitudine produttiva.

Non sembra perciò equo nè conveniente il criterio del reddito imponibile medio del territorio: se il reddito imponibile deve entrare come elemento limitativo e, quando superi una certa misura, persino preclusivo dei provvedimenti di favore, si dovrebbe far riferimento non ad una media, che ha soltanto un mero significato statistico, bensì al reddito della singola azienda, beninteso per quanto riguarda i lavori ed interventi di miglioramento che in linea tecnica ed economica si concludono nella azienda stessa.

Al riguardo dei miglioramenti fondiari facoltativi, il cui potenziamento costituisce, almeno finora, il più importante e concreto contributo a favore dei territori montani per effetto della legge 991 già citata, sorgono alcune considerazioni di fondo che l'esperienza di questi anni ha messo in luce anche in relazione ai criteri delle modalità di assegnazioni dei fondi e alla natura e finalità dei lavori da sussidiare.

Ma il discorso, che investe la politica economica generale del Paese in ordine alle attuali e future prospettive di estensione del mercato all'areale europeo e collegato, merita di essere ripreso in apposito articolo.

Cesare PILLA

(dalla rivista "Monti e Boschi", n. 6 - giugno 1959)